La casa delle voci di Donato Carrisi

Trama

Gli estranei sono il pericolo. Fidati soltanto di mamma e papà.

Pietro Gerber non è uno psicologo come gli altri. La sua specializzazione è l’ipnosi e i suoi pazienti hanno una cosa in comune: sono bambini. Spesso traumatizzati, segnati da eventi drammatici o in possesso di informazioni importanti sepolte nella loro fragile memoria, di cui polizia e magistrati si servono per le indagini. Pietro è il migliore di tutta Firenze, dove è conosciuto come l’addormentatore di bambini. Ma quando riceve una telefonata dall’altro capo del mondo da parte di una collega australiana che gli raccomanda una paziente, Pietro reagisce con perplessità e diffidenza. Perché Hanna Hall è un’adulta. Hanna è tormentata da un ricordo vivido, ma che potrebbe non essere reale: un omicidio. E per capire se quel frammento di memoria corrisponde alla verità o è un’illusione, ha disperato bisogno di Pietro Gerber. Hanna è un’adulta oggi, ma quel ricordo risale alla sua infanzia. E Pietro dovrà aiutarla a far riemergere la bambina che è ancora dentro di lei. Una bambina dai molti nomi, tenuta sempre lontana dagli estranei e che, con la sua famiglia, viveva felice in un luogo incantato: la «casa delle voci». Quella bambina, a dieci anni, ha assistito a un omicidio. O forse non ha semplicemente visto. Forse l’assassina è proprio lei.

La casa delle voci di Donato Carrisi, thriller pubblicato da Longanesi lo scorso 2 dicembre

“Molte cose cambiano radicalmente se le si osserva con gli occhi del mattino.”

Ho subito decontestualizzato una citazione del libro per spiegare lo stato d’animo che ha accompagnato la lettura di questo romanzo. L’anno scorso dalle pagine del blog sganciavo una bomba, rivelando uno dei miei perversi e strambi sogni nel cassetto. Dopo la lettura de Il gioco del suggeritore, avevo espresso il desiderio di essere la protagonista di un thriller di Donato Carrisi, nelle vesti della vittima. Grande sarebbe stato l’onore di farmi ammazzare in uno dei suoi capolavori e in La casa delle voci l’autore ha inconsapevolmente esaudito questo mio inusuale desiderio, che farebbe la fortuna di tantissimi psichiatri. Dopo appena cinque capitoli, sono “morta” di paura, ho provato vero terrore, perché Donato Carrisi stavolta ha lasciato il filone strettamente thriller per scrivere un romanzo che vira più verso l’horror e il soprannaturale. Quindi, conoscendomi abbastanza da sapere quanto io sia facilmente suggestionabile e paurosa, mi sono imposta dei ritmi di lettura e degli orari per portare a compimento il libro. Ho cominciato a leggere nelle prime ore del mattino, pensando che le luci mettessero in ombra il buio che si stava impossessando di me, e ho cercato di sopravvivere ad una trama inusuale per quello che è il mio autore preferito del genere. Lo sapete tutti, avevo grandissime aspettative su questo romanzo, avevo cominciato a spolverare gli smeraldi che avrei assegnato d’ufficio al libro, pensavo che non ci sarebbero stati dubbi su quale sarebbe stato il mio responso finale. Non tutto è andato come avevo previsto, ma ne parliamo meglio dopo.

Ci troviamo a Firenze, nella meravigliosa cornice toscana in cui vive Pietro Gerber, psicologo infantile conosciuto come “addormentatore di bambini” perché la sua specializzazione è l’ipnosi, che viene spesso coinvolto a collaborare con le forze dell’ordine, che si servono delle sue capacità nei casi di violenze e abusi perpetrati sui minori. Pietro ha scelto di seguire le orme del padre, anche lui stimato psicologo infantile, verso il quale, subito dopo la sua morte, è emersa una sottile acredine. Pietro non riesce a perdonargli qualcosa che il genitore gli ha rivelato sul suo letto di morte.

Se qualcuno chiedeva a Gerber in cosa consistesse il suo lavoro, lui non rispondeva mai «psicologo infantile specializzato in ipnosi». Usava un’espressione coniata da chi gli aveva insegnato tutto e che riassumeva meglio il senso della sua missione. Addormentatore di bambini.

Quando un giorno, dall’altro capo del mondo, riceve una telefonata da una collega australiana, Pietro non sa che sta per accettare un caso diverso dai suoi soliti standard. La psicologa gli raccomanda di seguire una paziente recatasi in Italia in cerca delle sue origini, che è tormentata da un ricordo vivido emerso in seguito ad una seduta di ipnosi. La paziente pensa di essere stata non solo testimone di un omicidio, ma addirittura l’artefice del delitto. A lasciare perplesso lo psicologo è l’età della paziente, perché Hanna Hall non è una bambina ma una donna adulta di trent’anni. E nonostante la perplessità iniziale, Pietro decide di accettare che la ragazza diventi una delle sue pazienti. E ciò che emerge dalle prime sedute di ipnosi è la storia di una donna che ha vissuto i primi anni della sua vita da nomade, che insieme alla sua famiglia ha cambiato diverse case e nomi, vivendo in luoghi incantati che chiamava “la casa delle voci”, tenuta sempre lontana da estranei e costretta a seguire rigide regole imposte dalle persone di cui si fidava di più, i suoi genitori.

“Regola numero cinque: se un estraneo ti chiama per nome, scappa. Regola numero quattro: non avvicinarti mai agli estranei e non lasciarti avvicinare da loro. Regola numero tre: non dire mai il tuo nome agli estranei. Regola numero due: gli estranei sono il pericolo. Regola numero uno: fidati soltanto di mamma e papà.”

Dalle sedute di ipnosi di Hannah emergono verità sconcertanti e parallelamente nella vita di Pietro Gerber cominciano ad accadere fatti insoliti e apparentemente inspiegabili.

Ho cominciato a subire il fascino di questo romanzo ancor prima che venisse pubblicato, l’autore è riuscito a scoperchiare l’enorme vaso di Pandora nel quale erano rinchiuse tutte le paure della Lorella bambina; ognuno di noi si porta dietro un bagaglio di piccole e grandi paure infantili che vengono più o meno superate o metabolizzate nell’età adulta. Guardiani costanti della nostra sicurezza sono coloro che promettono di proteggerci da tutti i pericoli: i nostri genitori. Si passa dall’essere terrorizzati dai cosiddetti mostri sotto al letto alla paura del buio. Ma è altrettanto vero che ognuno di noi conserva anche il ricordo di qualche evento inspiegabile legato all’infanzia, che abbiamo dimenticato o razionalizzato da grandi. Ricordo che nella mia vecchia casa, ogni sera incontravo una bellissima signora vestita di rosso, che mi accarezzava la guancia augurandomi la buonanotte. Signora che vedevo solo io, probabilmente frutto della mia immaginazione. In La casa delle voci, questo aspetto soprannaturale viene scandagliato dall’autore in maniera, come sempre, magistrale. Se Pietro Gerber è l’addormentatore di bambini, Donato Carrisi è l’incantatore dei suoi lettori. Ipnotico nella narrazione, accurato nelle caratterizzazioni ed evocativo nelle immagini. Ogni suo libro ha un taglio sceneggiato che ben si presta a trasposizioni cinematografiche. In più l’autore ci regala grandissimi finali ad effetto, è maestro assoluto nella costruzione di trame e sottotrame, nei dialoghi non lascia mai nulla al caso. Ma in questo romanzo, diverso dai suoi standard, a me è mancato qualcosa: le risposte.

Avrei voluto sapere di più sulla protagonista, scandagliare il suo passato e capire che cosa ci fosse dietro le sue conoscenze. Mi è mancato qualche tassello per urlare ancora una volta al capolavoro. Se siete lettori fedeli dell’autore capirete quello che intendo. Se invece vi apprestate a conoscere Donato Carrisi con questo romanzo, non faticherete ad amarlo, perché la storia al di là delle mie personali considerazioni merita di essere letta, anche semplicemente a scopo terapeutico per guardare in faccia le proprie paure e affrontare il buio.

 

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Una risposta

  1. Buona lettura ha detto:

    Magari lo leggerò 🙂

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