Recensione in anteprima – Scolpito nelle ossa di Micheal Nava

Novembre, 1984. L’avvocato penalista Henry Rios, appena uscito da un centro di riabilitazione e determinato a rimettere insieme i pezzi della sua vita, accetta controvoglia un posto da investigatore in una compagnia assicurativa ed è subito incaricato di indagare sulla morte apparentemente accidentale di Bill Ryan. Ryan, arrivato a San Francisco durante la grande migrazione gay degli anni Settanta, è morto nel sonno per un avvelenamento da monossido di carbonio causato da una tubatura del gas difettosa, a cui il suo amante è sopravvissuto per un soffio. L’indagine sulla sua morte – che Rios è convinto non sia stata un incidente – si trasforma ben presto nella ricerca del significato della sua vita: dall’arrivo a San Francisco come diciottenne terrorizzato alla trasformazione in uomo d’affari di successo, lungo una traiettoria che interseca i luoghi e i momenti più importanti della comunità omosessuale cittadina. Tra parallelismi segreti e paure comuni, Rios si troverà coinvolto in un’indagine dal tono sempre più personale fino a dover affrontare la domanda più scomoda di tutte: è davvero sempre opportuno che la verità venga alla luce?

In anteprima – Scolpito nelle ossa di Micheal Nava, secondo volume della serie noir “Henry Rios” a tematica male to male in pubblicazione il 12 febbraio dalla Triskell Edizioni

Sono qui, nascosta dietro l’angolo di una strada, forse sto sognando o, forse, l’universo mi ha permesso di fare un viaggio nel lontano 1971, perché, dalla posizione in cui mi trovo, riesco a vedere benissimo la paura nello sguardo di Bill Rhyan. É appena arrivato a San Francisco, si guarda intorno spaesato ma, allo stesso tempo è anche affascinato da ciò che vede. La vita conosciuta fino a qualche settimana prima sembra ormai lontana, gli è sfuggita dalle mani come se l’avesse lasciata cadere nelle acque di un fiume che ha portato tutto via. La famiglia lo ha scacciato con un biglietto di solo andata quando ha scoperto il suo orientamento sessuale, si sente fragile, solo, ma è anche affascinato da ciò che vede, ora ha davanti a sé una nuova vita, una in cui forse potrà sentirsi più a suo agio o, forse, quello che gli è stato inculcato fin dalla nascita gli impedirà di farlo. E io? Io vorrei rimanere qui, accompagnarlo lungo il cammino, forse, mi dico, potrei dargli una mano per cambiare le cose, per fargli capire che non c’è nulla di sbagliato in lui. E, invece, il mio sogno o questo strano universo mi portano in un altro tempo ma sempre nello stesso luogo. Questa volta è il 1984, io sono sempre nascosta dietro un muro, è un angolo diverso rispetto all’altro ma mi permette di vedere Henry mentre esce da una chiesa dove si è svolta un’altra delle riunioni degli Alcolisti anonimi a cui si reca da quasi un anno. Vi ricordate? Lo avevamo lasciato distrutto da quello che aveva scoperto sulla morte dell’unico uomo che aveva amato, quel giovane che per la prima volta gli aveva fatto capire in modo indissolubile che non c’è nulla di sbagliato in lui. Ora sta rimettendo in moto la sua vita, ci sta provando sul serio cercando di rimanere sobrio e di capire cosa veramente vuole e chi è realmente Henry Rios. E mentre fa chiarezza in se stesso si ritrova a far chiarezza anche nella vita di quel Bill Ryan che guardavo qualche minuto fa. Quell’uomo che negli ultimi 15 anni era cambiato tanto dal ragazzino giunto a San Francisco solo e spaventato diventando un uomo di successo finito poi tragicamente.

Così, in una sorta di parallelismo, mi sono ritrovata coinvolta nelle vite di due uomini seguendone le vicende in due momenti diversi dello spazio e del tempo. Ho vissuto la vita di Bill dal suo arrivo a San Francisco, i suoi sforzi per migliorarsi e sentirsi degno, fino ad arrivare alla morte e poi ho vissuto anche quella di Henry che cerca se stesso mentre tenta di scoprire cosa sia accaduto davvero a quest’ultimo. Ho fatto con loro un viaggio affascinante, misterioso percorrendo una strada che all’inizio sembrava essere dritta, senza ostacoli e che, invece, si è rivelata piena di insidie. Un viaggio nelle esperienze di vita di due uomini che non si sono mai incrociati ma che sotto moltissimi aspetti erano uguali. Rifiutati da chi avrebbe dovuto amarli al di là di tutto, disgustati da quello che sono, impotenti di fronte alle paure che sentono come acido che li corrode e, a sovrastare il tutto, la “Bestia Nera” di quegli anni, l’AIDS. Ecco, qui la capacità dell’autore di mostrarci il dolore di quegli anni, la paura angosciante vissuta dalla comunità LGBT nei confronti di un male oscuro è davvero incredibile, chi ha vissuto sulla propria pelle quel periodo leggendo questa storia potrebbe piangere, io non mi vergogno a dirlo, ho pianto, pur essendo stata una spettatrice lontana di quegli anni. La presa di coscienza dei gay che tutte le mete che avevano raggiunto negli ultimi dieci anni stavano per crollare l’una dopo l’altra. Perché, ora che molti di loro avevano iniziato ad accettarsi, ad amarsi per quello che erano,  l’AIDS faceva di loro nuovamente dei  peccatori che non avevano diritto a nulla.

Non ho parole per esprimere la bellezza di questo libro, Micheal Nava è riuscito a trasportarmi nuovamente al centro della vicenda, facendomi sentire in prima persona lo smarrimento dei protagonisti, l’odio che nutrono per quello che sono e che non possono cambiare nonostante tutto l’impegno messo nel provarci, la loro lotta continua nel migliorarsi per poter essere accettati da chi non li ha voluti senza riuscire a capire che devono essere loro  i primi ad accettarsi, che chi non ci ama non è degno di camminare accanto a noi. Fatevi un favore, prendetevi un po’ di tempo per voi e leggete questa storia, piangete per le cose perse, arrabbiatevi per le ingiustizie e siate pronti a farvi investire da una luce in fondo al tunnel, è fioca, è ancora ammantata di tristezza ma è lì e forse Henry troverà la forza in se stesso per raggiungerla e ravvivarne la forza.

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