Mia figlia è un’astronave di Francesco Mandelli

Napo è uno di quelli che, se può sbagliare qualcosa, la sbaglia. Ha quasi trent’anni e vive ancora come un adolescente, complici il lavoro di musicista e una storia d’amore finita decisamente male. Avrebbe bisogno del consiglio di un padre, ma il suo è un tipo davvero strano – un avvocato con la passione per l’edilizia – e tra loro è un continuo duello a chi combina il guaio peggiore. Poi, durante una festa, arriva il colpo di fulmine con una ragazza, Viola, che come per magia pare essere la grande occasione per diventare finalmente adulto. Se non fosse che è già fidanzata con un altro… Jacopo è tutto il contrario di Napo: preciso, maturo e affidabile, a volte persino troppo. Da quando è diventato papà della piccola Vittoria, ha scoperto non solo la gioia più assoluta ma anche una naturale predisposizione a fare il “mammo”, insospettabile persino per lui. Avere figli però non è solo rose e fiori: col passare del tempo, certi istinti giovanili tornano a farsi vivi, le notti insonni si accumulano, mentre fatalmente si complica il rapporto con la sua compagna… Viola. Senza abbandonare la naturale vena umoristica che colora tutte le espressioni del suo poliedrico talento, con questo romanzo Francesco Mandelli rivela il suo lato più tenero e profondo, raccontando con disarmante sincerità le paure degli uomini, eterni adolescenti e padri imperfetti.

Recensione a cura di Dannyella – Mia figlia è un’astronave di Francesco Mandelli edito il 13.11.2018 da DeA Planeta. Narrativa. 260 pagine.

Lo so, lo ammetto, sono ripetitiva e monotona, ma faccio difficoltà a leggere romanzi di autori maschili che parlano di amore o addirittura di famiglia. Perché? Non lo so bene, ma proprio non ce la fanno. A parte qualche grande e notevole eccezione di qualche autore che leggo sempre volentieri (De Carlo il primo di una lista che spero si allunghi prima o poi), finiscono sempre per abbruttire il tutto. Abbruttire l’amore, abbruttire il sesso, abbruttire la famiglia. Tutto diventa rabbia, rancore e se poi non abbiamo altri argomenti, naturalmente condiamo il tutto con un po’ di droga e alcool che non fanno mai male.

Quando ho letto la trama di questo libro, però, ho deciso di dargli una possibilità e non perché l’autore è “famoso”, anzi per me questo sarebbe più un punto a sfavore che uno a favore, ma perché proprio quando la mia gravidanza sta per giungere al termine mi piaceva l’idea di leggere dell’esperienza di famiglia e paternità raccontate dal punto di vista maschile. Ed è andata come temevo: un abbruttimento totale e completo. Allora, mettiamo subito tutte le carte in tavola: il libro parte alla grande e finisce alla grandissima. Quindi i punti di assoluta forza sono l’inizio e la fine. Nelle prime pagine, infatti, ci troviamo in ospedale e assistiamo Viola in pieno travaglio, anzi, già devastata da dodici ore di travaglio e Jacopo, suo marito: un uomo assolutamente sopraffatto dalla situazione con sottobraccio una Moleskine nera che considera la sua bibbia: sono le indicazioni che Viola gli ha scritto prima di entrare in travaglio e che lui vuole seguire pedissequamente, senza considerare per un attimo il buon senso. L’inizio quindi è con il botto: c’è ironia, siamo subito nel mezzo dell’azione, la presentazione dei protagonisti è divertente e dinamica, insomma: il libro t’impressiona e ti coinvolge, invitandoti a metterti comoda e a continuare quella che si prospetta proprio una piacevole lettura. E poi, ahimè, tutto cambia. Conosciamo Napo e veniamo sommersi dai soliti cliché di cui i giovani di oggi non sembra possano fare a meno. I giovani di quella felicità negata di cui ho parlato ampiamente qualche recensione addietro. E via con l’artista incompreso, il rapporto di merda con i genitori, droga, alcool, la vita che non ha alcun senso, un appartamento che mette i brividi e ci aggiungiamo anche una pettinatura stramba, ecco abbiamo fatto tombola. Il problema è che va avanti così per quasi tutto il tempo, tra azioni sempre più degradanti al limite della denuncia, trascinandoci nell’abbruttimento totale… fino ad arrivare al finale. Il finale è scritto così bene, con un registro completamente diverso, una profondità e un’atmosfera così diversi che ti chiedi se magari il kindle non si sia impallato e ti abbia messo davanti un altro libro. Ecco, il finale è veramente qualcosa di bello: quelle pagine scritte finalmente in modo intelligente in cui ci viene presentato in maniera intima e sensibile il punto di vista di Viola: la luce in fondo al tunnel. Pagine molto belle e che è un piacere leggere, in grado sicuramente di far guadagnare al libro qualche punto ma che, a mio parere, non sono sufficienti a riscattare la bruttura a cui sono stata costretta pagina dopo pagina prima di arrivare a questo riscatto.

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