L’ultima scena di S.J Watson

Trama Watson intreccia abilmente tutti i fili della storia per creare un viaggio inquietante verso una verità sconvolgente.»

– The Observer –

Alex ha trent’anni, vive a Londra e fa la regista. Per lavorare al suo nuovo documentario sulla vita delle comunità nei piccoli villaggi della Gran Bretagna, si trasferisce nel Nord dell’Inghilterra, a Blackwood Bay: un tranquillo paese di pescatori, un tempo prosperosa località turistica diventata ormai una città fantasma devastata dagli effetti della crisi economica. Alex sa che solo entrando in contatto con gli abitanti, vivendo con loro potrà cogliere la vera identità di questo luogo, a prima vista così ordinario. Chiederà a tutti i cittadini di contribuire al documentario con dei video girati da loro stessi. Tuttavia, la comunità guarda con sospetto Alex e il suo lavoro, perché in realtà, dietro quell’apparente ordinarietà, Blackwood Bay nasconde un segreto di cui nessuno vuole parlare: la misteriosa scomparsa, negli ultimi anni, di due ragazze.

Ma anche Alex ha qualche zona oscura nella sua vita, ombre che lei stessa non sapeva di avere prima di arrivare in questo villaggio. Un trauma subito in passato le ha causato una grave amnesia, non ricorda la sua città di provenienza, né l’episodio che ha procurato la perdita della memoria. Sarà proprio il tempo che trascorrerà a Blackwood Bay a scuotere i ricordi della regista e a far emergere particolari inquietanti.

Con questo nuovo, coinvolgente thriller psicologico, ricco di colpi di scena e attesissimo dalla stampa e dai lettori, l’autore del bestseller internazionale Non ti addormentare esplora con maestria i temi dell’identità e della memoria.

L’ultima scena di S.J Watson, thriller psicologico pubblicato lo scorso 12 gennaio da Piemme

Girare un documentario sulla vita normale di una piccola comunità, questo spinge la trentenne Alex Young a spostarsi da Londra verso il nord della Gran Bretagna, a Blackwood Bay, un tempo ridente cittadina turistica, un paese che viveva di pesca e ormai quasi una località fantasma piegata dalla crisi economica. Ma non è affatto casuale la scelta del luogo perché Alex, reduce dal successo di un precedente documentario sulle donne che vivono per strada, è a corto di idee per un progetto futuro, e per questo sceglie un tema più semplice: illustrare la vita comunitaria, i sogni e le speranze e avvalersi anche della collaborazione degli abitanti potrebbe essere un punto di svolta per una produzione inedita e originale. Farli interagire con video, interviste, qualcosa che li racconti. Blackwood Bay diventa una scelta obbligata quando una misteriosa cartolina giunge nella redazione del produttore del documentario. La località sembra il posto ideale, una cittadina tranquilla, forse un po’ troppo, a cui è legata la sparizione di ben due ragazze nei dieci anni precedenti.

“Ho ricevuto una cartolina… nella foto si vede un porticciolo. Il posto si chiama Blackwood Bay. E il testo dice: perché non qui?”

Alex non prende di buon grado la scelta della località, un campanello d’allarme comincia a suonare nella sua testa. Sente un legame molto forte con quel luogo per niente sconosciuto, però una amnesia in seguito ad un evento traumatico precedente le ha cancellato i ricordi. Ma non può fare a meno di recarsi nel villaggio per un sopralluogo e per cominciare a girare alcune scene. L’accoglienza non è delle migliori, c’è una sorta di diffidenza mista a sospetto tra gli abitanti di Blackwood Bay, poco inclini ad aprirsi a confidenze e a raccontarsi, tantomeno a parlare delle ragazze scomparse; temono infatti che il documentario prenda una piega di denuncia che mette in risalto il luogo solo per gli eventi drammatici accaduti in passato, e questo non porterebbe sicuramente una buona pubblicità. Ma Alex ha anche la sensazione che tutti sappiano esattamente che cosa sia successo alle ragazze scomparse, Daisy e Zoe, ma preferiscano tacere per non far emergere verità scomode. Di Daisy si dice che si fosse suicidata buttandosi dalla scogliera e che, nello stesso periodo del suo presunto suicidio, un’altra ragazza, Sadie, di una comunità vicina fosse sparita senza lasciare tracce.

Il passato di Alex preme per uscire dalla scatola nera che è la sua testa, perché più si addentra tra i boschi di Blackwood e più i ricordi emergono prepotenti, liberati da anni di oblio e buio. C’è un legame fortissimo tra la donna e quei luoghi, e ancora più stretto tra lei e le ragazze scomparse. E portare alla luce tutto è fondamentale, perché sotto l’apparente perfezione di una località da cartolina si nascondono segreti, tensioni e verità. E quello che è davvero successo a Daisy, Zoe e Sadie potrebbe ripetersi alle adolescenti del luogo, cupe, impaurite con una brutta dipendenza da alcol e droghe.

Conoscevo già la penna di S.J Watson, avevo avuto modo di leggere qualche anno fa il brillante esordio “Non ti addormentare”, ammirando la sua grande capacità di tessere trame ben strutturate come tele di una ragnatela. La geniale trovata dell’autore è quella di giocare, ancora una volta, con i traumi legati alla memoria, con ciò che viene immagazzinato nella nostra testa in seguito ad un trauma. È bravissimo nell’intrecciare storie in un rincorrersi narrativo tra passato e presente, tante tessere di un puzzle che non mostra immediatamente il suo soggetto. Ho apprezzato tantissimo Alex, la sua ferma determinazione a portare a galla ogni minimo segreto, la sua temerarietà. L’ho seguita impaurita mentre si addentrava nei boschi di sera, ho applaudito le sue scelte, molte discutibili, e per un buon 60% “L’ultima scena” è stata una lettura convulsa piena di sorprese e poco prevedibile. Sono sicura che, se vi approcciate per la prima volta all’autore, gli riconoscerete una innegabile bravura. Sul finale la tensione narrativa, però, mi è mancata, diciamo che Watson porta i suoi lettori verso un epilogo non difficilmente intuibile. Questo non ha reso meno godibile la lettura, ma forse mi aspettavo quel qualcosa in più per urlare al capolavoro come per il suo precedente romanzo.

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