La memoria dei corpi di Marina Di Guardo

Trama Giorgio Saveri non ha nemmeno quarant’anni ma sulle spalle ha accumulato abbastanza delusioni da ritirarsi a vivere nella magione di famiglia, una lussuosa e antica villa sulle colline piacentine ricca di opere d’arte. Unico contatto con il mondo è Agnese, la domestica che l’ha cresciuto al posto della vera madre, una donna algida morta molti anni prima in un incidente stradale, e del padre dispotico, che fino al giorno del suo suicidio non ha mai perso occasione di denigrarlo pubblicamente. Tutto cambia la notte in cui Giorgio si imbatte nella fascinosa Giulia, che ha il dono di capirlo come mai nessun’altra persona prima ma che di sé racconta poco, e che lo imbriglia in una relazione ambigua e ad alto tasso erotico. Quando però Agnese scompare nel nulla, Giorgio non ci sta, e inizia a indagare. Presto, il cerchio intorno alle bugie di Giulia si stringe, ma lei non è l’unica a nascondere segreti…

Recensione di Loreads – Review Party – La memoria dei corpi di Marina Di Guardo – thriller pubblicato da Mondadori lo scorso 15 gennaio.

A distanza di un anno dalla pubblicazione del suo primo thriller, Com’è giusto che sia, che è valso all’autrice il titolo di migliore penna emergente, Marina Di Guardo torna in libreria con un nuovo e appassionante romanzo edito Mondadori.

“La memoria dei corpi” è un thriller a tinte noir, ambientato nella splendida cornice della provincia lombarda, luoghi della memoria molto cari all’autrice che li descrive con sapiente dovizia di particolari. Protagonista assoluta del romanzo è la magnifica villa di epoca ottocentesca, dimora dell’avvocato Giorgio Saveri, uomo di appena quarant’anni che ha scelto di isolarsi dal mondo dopo una serie di cocenti delusioni. Un matrimonio fallito alle spalle, la moglie lo ha abbandonato scegliendo di tradirlo con il suo socio nello studio legale e migliore amico. Giorgio è cresciuto arido e all’apparenza privo di sentimenti, la madre persa in un incidente stradale e il padre dispotico che lo ha sempre criticato, morto suicida, non sono stati esempi positivi per la sua formazione emotiva. Unico punto di riferimento nella sua vita la presenza costante della sua governante Agnese, forse la figura più vicina a quella di una madre per Giorgio. È un uomo schivo, riservato, vittima silente dei suoi scheletri affettivi. Non ama circondarsi di amici, come unico svago il poker del venerdì sera nel bar del paese, in compagnia dei soliti avventori, tra un bicchiere di vino a buon mercato e una mano sfortunata a carte. Durante una di queste serate Giorgio incontra Giulia, una giovane e avvenente donna bionda che entra nel bar per chiedere un’informazione. Giorgio la nota appena, nonostante l’eleganza e la bellezza di Giulia. Ritrova la ragazza pochi minuti dopo, in mezzo alla strada, dove è rimasta in panne con la sua automobile, in una zona isolata e poco battuta. Giorgio le offre il suo aiuto, invitando quella perfetta sconosciuta a trascorrere la notte nella sua villa.

“Una villa bianca, di epoca ottocentesca, spuntò dalla fitta vegetazione del parco. La facciata era in stile neoclassico. Quattro colonne sormontate da un protiro racchiudevano un portone d’ingresso davanti al quale salivano due scalinate gemelle e simmetriche”

L’interno della casa è un trionfo di quadri e arte figurativa. Giulia ne rimane affascinata seppur intimorita. Giorgio avverte una grande attrazione nei suoi riguardi, ma si comporta da vero gentiluomo offrendole il suo aiuto senza un secondo fine. Dal canto suo anche Giulia non è del tutto indifferente al fascino del suo ospite, ma la loro prima notte insieme, sotto lo stesso tetto ma in camere separate, è solo il preludio di qualcosa che potrebbe sbocciare. Anche Agnese è entusiasta della nuova amica del suo padrone. Nel viso di Giulia rivede i tratti familiari del volto della figlia che studia lontano da casa. Giorgio è sorpreso da questa inaspettata e travolgente attrazione, dopo il divorzio ha chiuso a chiave il suo cuore, ma Giulia è una boccata d’aria fresca nel buio della sua solitudine. Anche se non è del tutto limpida e sincera con lui. Gli ha mentito sul suo vero lavoro, non risponde al telefono, è sfuggente, eterea, ma si offre con grande trasporto e passione alle carezze esigenti di Giorgio. È tanto misteriosa quanto passionale. Il rapporto tra i due predilige una forma di comunicazione non verbale, fatta di sospiri e gemiti, una grande intesa sessuale che annebbiano i sensi dell’avvocato. Ma Giulia sembra anche coinvolta nella scomparsa di Agnese, che improvvisamente e senza un perché fa perdere le sue tracce, e non è nemmeno l’unica donna a sparire in paese. Dove è finita Agnese? È stata rapita? È scappata volontariamente? Perché, da quando Giulia è entrata nella vita di Giorgio, tutto è cominciato a girare per il verso sbagliato?

Una scrittura forse ancora un po’ acerba ma efficace, ipnotica e sensuale. Marina Di Guardo ha costruito una trama credibile e coerente con una ambientazione cupa, pesante e dai colori accesi, brillanti. La villa, teatro della vicenda dove tutto ha inizio, è un trionfo di pezzi d’antiquariato e dipinti dai toni oscuri, misteriosi, in totale simbiosi con il suo padrone di casa. Giorgio ha elevato la sua dimora, nonostante i ricordi non proprio felici della sua infanzia, a rifugio sicuro, una sorta di prigione dorata dove isolarsi dal mondo, un mausoleo che gli permette di spogliarsi delle sue paure e debolezze. A broccati e pezzi d’arredamento dai toni asfissianti si contrappongono giardini lussureggianti e pieni di luce, quasi a creare un collegamento con l’animo umano, così tormentato e buio all’interno e fulgido e splendente fuori. Una riflessione pirandelliana ha accompagnato la mia personale chiave di lettura per il libro di Marina. Il mio amato autore dell’anima sosteneva che avremmo imparato a nostre spese a distinguere i volti dalle maschere, che nella vita sono quest’ultime che incontriamo più di sovente rispetto ai volti, quelli veri. Ecco, Giorgio mi ha ricordato una di queste maschere. Ci celiamo dietro sorrisi di cortesia e perbenismo, mentre dentro di noi coltiviamo il nostro vero essere, timorosi di mostrarci nudi e disarmati, spaventati di ricevere l’ennesima delusione. Mostriamo una spavalderia che non ci appartiene ma siamo tutti pieni di paure. Il libro di Marina Di Guardo, seppur nella sua brevità, mi ha evocato queste immagini. I personaggi da lei partoriti sembrano muoversi sul palcoscenico di un teatro. La sua penna ha un tratto ancora incerto, il thriller non è un genere facile da scrivere, ma l’autrice ha saputo districarsi tra le maglie dell’intreccio con grande maestria, regalandoci una lettura godibile, piena di mistero e sensualità. Brava, seguirò con grande affetto i suoi lavori futuri.

4 stelle

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