Il giardino di bronzo di Gustavo Malajovich

Trama Fabiàn Danubio è un architetto insoddisfatto del proprio lavoro e del suo matrimonio, con una moglie che soffre di una forte depressione. La figlia di quattro anni è il più grande amore della sua vita. Un giorno la bambina e la baby sitter scompaiono mentre stanno andando a una festa di compleanno. L’unico indizio è una frase che la piccola ha detto al padre qualche giorno prima su un misterioso “uomo del giardino”. Fabiàn si ritrova così in un incubo che durerà per anni. Allo shock iniziale si sostituisce la speranza, che lentamente si trasforma in delusione e in senso di impotenza. In una Buenos Aires dove la polizia è corrotta, la disperazione diventa il motore che muove le azioni del protagonista. Con l’aiuto di uno stravagante detective privato, dalla mente acuta e dotato di pensiero divergente, Fabiàn scava dove in apparenza sembra non esserci nulla trovando una sottile traccia da seguire. La vicenda copre l’arco di un decennio, durante il quale le ricerche della bambina, tra piste false e poliziotti inefficienti, arrivano a un punto morto. Una battaglia infinita contro un sistema cinico e corrotto che diventerà l’unica ragione di vita di un padre che dalla metropoli si spingerà nell’Argentina più rurale e misteriosa in un viaggio dentro un orrore incomprensibile.

Recensione di Loreads – Il giardino di bronzo di Gustavo Malajovich, thriller pubblicato da SEM lo scorso 21 marzo.

Prima di iniziare a parlarvi di questo thriller, doverose sono, da parte mia, le scuse alla casa editrice. Ho ricevuto il file del libro circa un mese fa, e non è stata una lettura facile da affrontare. Mi sono ritrovata, più volte, a prendere delle pause, a cercare di metabolizzare ciò che leggevo, interiorizzarlo per poi continuare. Perché “Il giardino di bronzo” è un romanzo non solo lungo, ma dannatamente lento, e non nell’accezione negativa del termine. La lentezza della narrazione è un elemento fondamentale per poter apprezzare appieno tutto l’insieme. Quindi, se vi ritroverete a leggerlo, ed io vi auguro di farlo, non arrendetevi, prendetevi il vostro tempo, ma portate a termine la lettura, costi quel che costi. Vi prometto uno dei finali più sorprendenti che abbiate mai letto in un thriller, e vi renderete conto che ne sarà valsa la pena. Anche se arriverete al traguardo devastati e con un senso di oppressione al petto.

Siamo a Buenos Aires alla fine degli anni novanta, Fabiàn Danubio è un architetto poco realizzato in uno studio ad un passo dal fallimento, che vorrebbe lavorare sul campo ed è invece costretto in un ufficio angusto con un capo bizzarro. Ma è sicuramente meglio di ciò che lo aspetta a casa. È sposato con Lila e ha una splendida bambina di quattro anni di nome Moira, luce dei suoi occhi, il solo motivo che lo fa tornare a casa ogni sera. Il suo matrimonio sta naufragando e non certo per mancanza di amore. Lila è assente, chiusa in se stessa, sta lasciando che un male invisibile e oscuro la porti in un mondo lontano, estraniandola dai suoi affetti più cari.

“Lei era depressa, ma la parola non bastava a descrivere lo stato d’animo. Era un problema psichiatrico. Da qualche anno qualcosa nella mente di Lila non funzionava a dovere. Una specie di disconnessione, qualcosa che superficialmente non si sarebbe riusciti a cogliere. Il suo sguardo nei confronti del mondo sembrava quello di una persona che segue alla televisione un film già visto migliaia di volte. Un film che peraltro non le piaceva. Forse l’unica eccezione a questo film era Moira. Se ne prendeva cura in modo irreprensibile, anche se talvolta era come se interpretasse il ruolo che le avevano assegnato, senza decidersi a viverlo appieno.”

A tenere unito il matrimonio è la piccola Moira, la figlia è il collante di un rapporto alla deriva; per questo, quando sparisce un pomeriggio insieme alla sua baby sitter di origini peruviane, l’unione tra Fabiàn e Lila subisce l’ennesimo scossone. La bambina doveva andare al compleanno di una compagnetta, ma né lei e nemmeno la sua accompagnatrice arriveranno mai a destinazione. Comincia per la famiglia Danubio un periodo torbido e oscuro, nessuna traccia delle due, ipotesi investigative che non trovano alcun riscontro.

Moira è sparita nel nulla, non vi sono richieste di riscatto o piste da battere, sembra che la terra abbia inghiottito la piccola e, mentre i mesi passano, per Lila la pressione diventa sempre più forte. Non si può continuare a vivere, e la sua depressione cronica prende il sopravvento vincendo la battaglia interiore con la giovane donna. Lila si arrende togliendosi la vita. E da genitore ho capito e non giudicato il suo gesto estremo. Non si può continuare a vivere se manca un pezzo fondamentale della tua famiglia. E anche Fabiàn vorrebbe trovare il coraggio di farla finita, arrendersi all’evidenza: non rivedrà più la sua Moira. Ed è quando si trova sull’orlo del precipizio della sua disperazione che viene salvato in extremis da una mano amica, uno sconosciuto che si presenta a lui come investigatore privato e gli offre il suo aiuto nella ricerca della piccola. Le indagini si sono arenate, trovare Moira non è più una priorità per la polizia argentina. Ci sono poche risorse per andare avanti e il dubbio, quasi una certezza, che le autorità non abbiano fatto abbastanza per risolvere il mistero della sua scomparsa. César Doberti è un eccentrico investigatore privato, l’unico che può tenere viva in Fabiàn la speranza di riabbracciare la figlia. Ed è la sua figura sopra le righe a donare luce in una narrazione sempre più angosciante e soffocante. Sarà Doberti a tenere in piedi Fabiàn, a non permettergli di arrendersi, a fargli riprendere in mano la sua vita, il suo lavoro, a coinvolgerlo nelle ricerche di Moira, anche se non ci sono indizi. La loro diventerà una bella amicizia, nata da una situazione negativa, ma cementificata nel corso degli anni.

“Il giardino di bronzo” copre un arco narrativo di dieci anni, periodo lunghissimo in cui assistiamo alla crescita del personaggio principale, ci immedesimiamo nel suo dolore, vorremmo infondergli il coraggio per andare avanti anche se la vita perde il senso di essere vissuta. Gustavo Malajovich ci sorprende con un esordio letterario davvero impattante e di grande spessore. L’autore è stato veramente bravo a costruire una storia credibile, piena di pathos, e la lentezza narrativa di cui vi parlavo prima è un elemento fondamentale nel libro. Serve al lettore per metabolizzare, per prendersi una pausa, per far sedimentare le emozioni, soprattutto se siete genitori. E quando sembra che il romanzo non abbia una mèta, che non vi stia portando da nessuna parte, che siate spettatori di un dolore che potete decidere di relegare soltanto tra le pagine, chiudendo il libro e fingendo di non averlo aperto, ecco che arriva uno degli epiloghi più sorprendenti che abbia mai letto. Un colpo di scena di quelli che ti fa spalancare la bocca e ti spiazza, qualcosa che non avevi messo in conto minimamente, e allora realizzi che è valsa la pena centellinare ogni capitolo, prendersi le giuste pause e chiudere l’ultima pagina, consapevoli di aver letto un piccolo capolavoro.

5 stelle

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