Blog Tour – Volevamo andare lontano di Daniel Speck – Citazioni ed eventi storici

Buongiorno smeraldi e benvenuti alla quarta tappa del Blog Tour dedicato alla pubblicazione italiana di Bella Germania di Daniel Speck, con il bellissimo titolo Volevamo andare lontano, in uscita il 30 aprile con Sperling & Kupfer.

«Non siamo soli a scrivere il libro della nostra vita»

Milano, 2014. Julia, giovane e brillante stilista tedesca, sta per affrontare la sfilata che potrebbe finalmente coronare i suoi sogni. Ma, proprio mentre guarda al futuro, il passato torna a cercarla nei panni di uno sconosciuto che sostiene di essere suo nonno. Dice di essere il padre di quel padre che lei ha sempre creduto morto, e le mostra la foto di una ragazza che potrebbe essere Julia stessa, tanto le somiglia, se solo quel ritratto non fosse stato scattato sessant’anni prima. Milano, 1954. Vincent, promettente ingegnere tedesco, arriva da Monaco con il compito di testare una piccola automobile italiana che potrebbe risollevare le sorti della BMW. È così che conosce Giulietta, incaricata di fargli da interprete, e se ne innamora. Lei è una ragazza piena di vita e di sogni – ama disegnare e cucire vestiti – ma è frenata dalla sua famiglia, emigrata dalla Sicilia, e da una promessa che già la lega a un altro uomo. Si ritroverà a scegliere tra amore e dovere, libertà e tradizione, e quella scelta segnerà il destino di tutte le generazioni a venire… Fino a Julia. Proprio a lei, oggi, viene chiesto da quel perfetto estraneo di ricucire uno strappo doloroso, di ricomporre una famiglia che non ha mai conosciuto. Ma che ha sempre desiderato avere. Se accetta, l’attende un viaggio alla ricerca della verità, un tuffo nel passato alla scoperta delle sue radici. L’attendono bugie e segreti che potrebbero ferirla: il prezzo da pagare per riavere un mondo di affetti che le è sempre mancato. L’attende la scoperta emozionante di un amore incancellabile a cui va resa giustizia e di una donna luminosa che, all’insaputa di Julia, vive da sempre dentro di lei e dentro i suoi sogni.

Avete già avuto modo di conoscere i luoghi su Le recensioni della libraia, i personaggi su L’Universo dei libri, la serie tv su Bookspedia e leggerete la bella intervista a cura de Il colore dei libri il 30 aprile, cosa resta da mostrarvi? Ci ho riflettuto a lungo e, dopo aver letto il libro, ho deciso che era necessario porre l’accento sugli importanti eventi storici narrati che toccano nel profondo la famiglia Marconi. Lo farò attraverso degli estratti presi dal romanzo, per farveli conoscere grazie alle parole dei protagonisti, ma prima voglio lasciarvi qualche frase evocativa proprio su di loro…

volevamo andare lontano

L’incontro tra Vincent e Julia

«Forse le sembrerà strano, ma… io e lei siamo parenti. Suo padre…» esitò, notando la mia reazione, «… è mio figlio. Io sono… tuo nonno.»

Vincenzo era l’uomo che avevo visto una sola volta nella vita. Vincenzo Marconi, italiano, figlio di immigrati siciliani. Mia madre non mi aveva detto molto di più. E il poco che sapevo di lui, oltre a quello, non era certo lusinghiero.

…era una foto in bianco e nero, un po’ stropicciata; a giudicare dagli abiti, doveva risalire agli anni Cinquanta. Una giovane coppia davanti a una moto, sullo sfondo il Duomo di Milano, lui le tiene la mano, sembrano entrambi un po’ timidi ma a loro agio, felici. L’uomo è leggermente più alto della donna, porta un abito estivo semplice, dal taglio tradizionale tipico dell’epoca; alto e imponente, occhi chiari che esprimono intelligenza e buon umore. Il suo sorriso comunica coraggio e fiducia, ha un’aria giovane e innocente. Anche dopo sessant’anni non facevo fatica a riconoscerlo. «Questo sono io nel 1954, a Milano. E questa è Giulietta. Sua nonna.»

Vincent

In nessun altro luogo si era mai sentito a casa così rapidamente come qui.

…gli italiani riuscivano a farlo sentire sempre più un membro della famiglia Iso. Vincent non aveva previsto questa svolta. Dai tempi della sua fuga dalla Slesia, era sempre stato un solitario. Stava sulle sue, non stringeva amicizia facilmente.

Julia

La storia della mia vita era fatta di una serie di separazioni. Ed erano sempre state le donne a prendere in mano il loro destino. I bambini ne pagavano il prezzo.

Giulietta

«Vincenzo, devi farmi una promessa: fai qualcosa della tua vita! Fai sempre quello che vuoi tu, lasciati guidare dalla tua passione, e non da quello che ti dicono gli altri! Non farti influenzare da nessuno, nemmeno da tua madre!»

Vincenzo

«Hai Giulietta dentro di te, lo sai?» Lo guardai, ammutolita. «È la nostra famiglia», disse. «Il talento non è un dono. È una maledizione.»

Giovanni e l’emigrazione italiana in Germania

Lui non capiva nemmeno il significato di quei documenti dai nomi complicati: «Accordo sul reclutamento e l’assunzione di forza lavoro italiana nella Repubblica Federale Tedesca». Capiva solo che quella era l’occasione che aspettava.

Dicevano che a Monaco di Baviera, dove arrivavano i treni degli emigrati, il personale delle aziende tedesche si faceva trovare sul binario ad accoglierli. Dicevano anche che il cielo in Germania era sempre grigio, il cibo faceva schifo e le donne erano immancabilmente bionde.

La Germania invece chiedeva ai suoi ospiti di lavorare, stare zitti e sparire. Era questo il patto: loro non vi appartenevano. E anche gli immigrati credevano che entro un paio d’anni sarebbero tornati a casa.

«Ti sei guardata in giro? Tutti i negozi appartengono ai tedeschi. Magari a noi stranieri danno da lavorare, spostiamo le casse, vendiamo la merce, guidiamo il muletto, ma nulla ci appartiene. Sono queste le regole del gioco.»

Italia – Germania 4 a 3 semifinale mondiale del 1970

«La miglior partita di tutti i tempi. Tutti erano seduti davanti al televisore, non c’era nessuno per le strade. Solo gli immigrati. Avevamo piazzato il televisore e le sedie davanti al negozio di Giovanni. A quei tempi era ancora proibito sedersi fuori. Ma lo facemmo lo stesso. Pionieri dei maxischermi all’aperto.»

Avevamo quasi perso quando, a pochi minuti dalla fine, segniamo il 2 a 2. Si va ai supplementari, entra in campo Beckenbauer con la spalla rotta, e alla fine vince l’Italia 4 a 3. Non puoi immaginare che cosa abbia significato. Nei locali, i camerieri italiani si toglievano i grembiuli e correvano per le strade. La festa è andata avanti tutta la notte!

Cambiammo noi stessi e cambiammo la Germania. Andavamo in giro a testa alta. E a scuola cambiarono le gerarchie. D’un tratto avevamo qualcuno sotto di noi: quelli che erano arrivati dopo, i turchi. Si prendevano le botte che io avevo preso dai tedeschi.»

Olimpiadi 1972 – il massacro di Monaco di Baviera

…un commando del gruppo terroristico denominato Settembre Nero aveva fatto irruzione nel villaggio olimpico, prendendo in ostaggio un gruppo di atleti israeliani.

Durante la notte, la presa degli ostaggi si trasformò in una catastrofe. Morirono tutti, nel corso di una caotica sparatoria all’aeroporto di Fürstenfeldbruck. L’intera città era sotto shock. La nazione ospitante non era stata in grado di proteggere i suoi ospiti. I giochi olimpici più belli della storia, una medaglia al petto della città di Monaco, si trasformarono in una macchia nera. Al posto delle canzoni popolari, riecheggiò l’Eroica di Beethoven.

Gli anni di piombo

«Perché gli italiani non hanno mai avuto fiducia nello Stato. Questo è un popolo di anarchici. Nella Germania Federale i comunisti erano fuori legge, qui erano il secondo partito in parlamento! La minaccia più grande per la Democrazia Cristiana. Se la rivoluzione ha mai avuto una vera opportunità in Europa, è stato in Italia. Se mi chiedi come mai mi accettarono all’interno della comune, esiste una sola ragione: perché ero italiano. D’un tratto non ero più un mangiaspaghetti, ero l’avanguardia!»

Il grande equivoco fra lui e Tanja stava nel fatto che credevano di avere un nemico comune –lo Stato, la società –ma lo odiavano per ragioni diverse: Vincenzo, proletario figlio di immigrati, si sentiva escluso e tradito; Tanja, la figlia ribelle della borghesia, si sentiva chiamata a cambiare il suo Paese.

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